Camminare riconcilia con la vita, stimola il pensiero e la riflessione, aiuta a riscoprire la dimensione del silenzio; inoltre permette di conoscere il territorio in cui si vive che i ritmi frenetici e convulsi del vivere quotidiano spesso celano ai nostri occhi.
Così nel primo pomeriggio di martedì primo gennaio mi sono concesso una passeggiata in un parco pressoché deserto: la giornata bigia e umida, con timida pioggerellina che compariva a tratti, scoraggiava l’afflusso. Era presente solo qualche patito del footing e rari camminatori incuranti dell’umidità.
Il parco però dava il meglio di sé con i rami dei grandi alberi spogli protesi verso le nuvole e l’atmosfera rarefatta e già crepuscolare.
Il tambureggiare del picchio si sentiva nitidamente nei pressi della cascina del Sole e andava progressivamente aumentando d’intensità verso il Cavriga e nei pressi dell’omonimo bar. Non so dire se si trattasse del verde o del rosso maggiore che sono entrambi presenti e relativamente comuni nel parco. So però che questo tambureggiare mi piace e rende i boschi vivi, animati.
Del resto le presenze ornitiche risultavano variegate: numerosi pettirossi, diverse cince, le immancabili cornacchie.
Il buio cala rapidamente e decido di lasciare il parco transitando dai giardini della Villa. Il laghetto presenta l’animazione consueta di germani e cigni con la presenza di due gallinelle sull’isolotto in prossimità del bar torretta. Mi pare di vedere anche una femmina di anatra mandarina.
Guadagnata l’uscita e percorsi i boschetti reali, compaiono le belle ville neoclassiche che incorniciano piazza Citterio.
È un rapace di piccole
dimensioni, grazioso e pressoché ubiquitario: lo si trova infatti dal livello
del mare fin oltre i duemila metri di quota dove caccia sorvolando le praterie
alpine.
È anche estremamente comune e
osservarlo non è impresa impossibile.
Si tratta del gheppio (Falco
tinnunculus), il cui nome scientifico richiama probabilmente il richiamo tipico
della specie, una sorta di “TI-TI-TI”: che tintinna… appunto.
È chiamato per lo più falchetto,
proprio per le dimensioni ridotte che gli permettono di cacciare prede come
micromammiferi, grossi insetti, piccoli uccelli.
La tecnica di caccia è assai
originale e inconfondibile e viene detta dello “spirito santo”: il gheppio
rimane immobile, ad una certa altezza dal suolo, battendo ritmicamente le ali e
scrutando il terreno: una volta individuata la preda si lancia su di essa.
Il nostro piccolo predone
riesce a colonizzare anche le grandi città. Pare infatti abbia nidificato sia a
Roma che a Milano e in questi centri sceglie preferibilmente edifici storici.
Ed è proprio l’abitudine di
svolgere in siti del genere le operazioni riproduttive che lo ha portato, nel
parco di Monza, a scegliere un luogo assai inconsueto per collocarvi il nido:
dal 2001 al 2003 una coppia di gheppi ha allevato la prole sulla torre di controllo della RAI, struttura
che agli occhi dei nostri volatili può certamente richiamare un campanile o una
torre.
La sua presenza arricchisce
la non trascurabile popolazione di rapaci del parco in cui domina l’allocco,
elusivo ospite notturno la cui popolazione risulta decisamente consistente.
Ricevo dal bollettino del CABS (associazione internazionale antibracconaggio)
sembra quasi peggio che da noi (Brescia, isole campane, Calabria.....ecc....)
la cosa incredibile è che la polizia tutela i delinquenti....
NEWSLETTER n°6 - 2012
Gentili soci, volontari e simpatizzanti, ieri, 2 settembre, si è concluso il secondo campo del CABS per la protezione degli ortolani in Francia. Abbiamo ampliato enormemente la portata della nostra azione. Talmente tanto che i cacciatori hanno iniziato a spararci addosso e inseguirci, bloccarci, bucare le gomme delle auto. La Gendarmeria ci ha avvisato più volte che se proseguivamo con la nostra azione (legale), ci avrebbero messo in galera per "interruzione di bracconaggio". Alla fine il prefetto ci ha rilasciato un foglio di via perché non più in grado di proteggerci dai cacciatori. Nostra unica colpa è stato non accettare che una specie protetta venisse bracconata!!! Leggete di più al
Sottofondo
classicamente agostano, il suono dei richiami delle balie nere – qui sotto
trovate una foto di Gaetano “Gaenava” Nava, scattata alla Vasca Volano (Agrate
Brianza) – riempie l’aria. Ma quante sono? Un eventuale contatore, solo per il
nostro Parco, potrebbe arrivare a fine scala. La seconda metà dell’estate è per
questa specie periodo di migrazione: i loro trasferimenti verso i luoghi di
svernamento interessano anche le nostre lande.
Nei
giorni 24 e 25 agosto 2012 sono al Parco; mi muovo presto, già alle 6.15 varco
i cancelli, aperti ben prima dell’orario canonico (nessun problema: gli addetti
al servizio tendono spesso ad anticipare i tempi).
Una
tappa è per me un classico: l’area a nord della Cascina Frutteto, settore che
riecheggia, invero alla lontana, ambienti agricoli. Nel passato, qui, non sono
mancate osservazioni e sbinocolate molto gradite. C’è mica solo il binocolo: ho
con me il registratore. Ebbene sì: ci sono quelli che la macchina digitale
sempre a portata, e quelli che alla ricerca di immagini e istantanee
preferiscono le immersioni tra tracce sonore e mp3. Il sottoscritto appartiene
alla seconda schiera.
Capitolo
ricchissimo di spunti, il mondo dei suoni: per gli appassionati di fauna,
comunicazioni acustiche ovvero canti e richiami.
Il
registratore ha tante proprietà. Non è solo un mezzo per catturare vibrazioni
dell’etere. Nossignori: obbliga anche ad aumentare la concentrazione. Non si
tratta solo di individuare l’oggetto da trasformare in bit di memoria: mentre l’apparecchio
è in funzione, ci accorgiamo di captare, con le nostre orecchie, dettagli e
sonorità che forse avremmo altrimenti trascurato. Ci torneremo, forse, sulle
pagine del blog.
Ma
torniamo alle protagoniste di oggi, le nostre balie nere. In migrazione non è che
abbiano un repertorio di grande respiro; insomma, sempre il classico breve
richiamo, monosillabico e insistente. Basta trascorrere un poco di tempo col
registratore in azione: si apre un universo. Quella che segue è una piccola
antologia.
Si consiglia di ascoltare a volume alto.
Ecco
il classico tik (come viene descritto dalle guide). In alcune parti della
registrazione si odono due esemplari. Lo chiameremo suono 339 (dal numero della
traccia).
Il
relativo sonogramma è riportato qui sotto: si tratta di un grafico che ha sull’asse
orizzontale il tempo (in secondi) e su quello verticale le frequenze ovvero le
vibrazioni dell’aria causate dal suono (l’unità di misura è in questo caso il kHz
(kiloHertz). Si consiglia di ingrandire l’immagine e di guardarla mentre si
ascolta la traccia sonora.
Si consiglia di ingrandire i sonogrammi, e di guardarli ascoltando la traccia audio.
Le
strisce verticali più spesse rappresentano i vari richiami; in alcune parti del
grafico ne troviamo due vicine: corrispondono ai richiami di due individui. I
più attenti avranno notato la presenza di tre regioni scure. Sono localizzate
rispettivamente tra 11,0 e 11,5 secondi, tra 12,0 e 12,5 secondi e tra 12,5 e
13,0 secondi. Di cosa si tratta? Lo vedremo più avanti: si tratta di un suono simile ad un ronzio.
In
questa traccia, un altro esemplare: il richiamo è differente dal tipico tik
visto sopra; è un suono quasi bisillabico. Lo chiameremo suono 340.
Il
sonogramma ci mostra i richiami: sono le quattro strisce verticali più marcate.
Al secondo numero 9 appare una banda verticale più ampia: corrisponde ad un
richiamo simile a un ronzio. Interessante questo suono: confesso che se il
registratore non avesse obbligato ad un poco di attenzione in più non lo avrei
colto.
Ulteriore
inciso. Il lavoro al pc (sotto trovate riferimenti) permette a sua volta di
individuare sonorità, sia attraverso il banale riascolto, sia attraverso la
visione dei sonogrammi.
Questo
suono invece (lo chiameremo 344) è più secco, ricorda il richiamo del picchio
rosso maggiore.
L’impronta
sul sonogramma (riportato qui sotto) è marcatamente diversa da quanto visto
finora.
Le
linee verticali raggiungono frequenze più alte.
Richiami
diversi o richiami di individui diversi? Si tratta di richiami differenti
emessi da individui differenti.
Eccoli
assieme: 339 e 344. E controlliamo il sonogramma: il 344 è ben riconoscibile:
le strisce verticali che toccano frequenze più alte. La prima parte della
traccia sonora mostra il 339: ad accompagnare il richiamo il ronzio individuato
sopra.
Il
mondo è fatto di massimi e minimi sistemi. Concediamoci qualche istante di
minimalismo, le nugae di catulliana memoria. Questa registrazione contiene, al
secondo 4,00, un suono che ricorda il verso di contatto di un silvide: ad
emetterlo è sempre la nostra balia nera; purtroppo la registrazione non rende
giustizia all’emissione sonore. Proseguendo nell’ascolto della traccia, l’orecchio
individua facilmente più ronzii, visibili sul sonogramma.
L’universo
delle balie nere ci mostra dunque una bella varietà di richiami. Il mio
quaderno di campo per questa uscita recita così:
“””””””””””””””””””
Vari
tipi di richiami di balie:
-
Classico tek
-
Suono più prolungato, quasi bisillabico
-
Suono secco (simile al richiamo di un picchio)
-
Ronzio
-
Suono simile al verso di contatto di un silvide
-
Suono parente dei tuit dei fringillidi (non rilevato nelle registrazioni)
“””””””””””””””””””””
Correva
il luglio del 2007 (credo): come sempre, ero impegnato con i campi estivi su in
Valle Aurina/Ahrntal (Sudtirolo). Con un gruppo (più o meno accuratamente
selezionato) avevo trascorso una nottata poco sotto la cima del Monte Lupo/Wolfeskofel,
in una baracca un tempo usata da cacciatori. La mattina, un suono lugubre, proprio
sotto la mia testa: roba da film dell’orrore. Uno scoiattolo piazzato tra i
rami di un albero. Da allora, uno degli obbiettivi, appena avessi posseduto un
buon registratore, sarebbe divenuta la cattura di una traccia sonora di questo
aniumale.
L’occasione
si presenta proprio il 24 agosto. Mentre ero intento a seguire le balie, strani
rumori provenivano dagli aceri. Uno scoiattolo rosso, pensa te. A perfetta
distanza dai microfoni.
Anche
in questo caso in campionario non è dei più poveri.
A
fare da sfondo, va da sé, le nostre balie (e qualche altro volatile).
Qui
distinguiamo un lamento iniziale, una serie di gemiti soffocati e una latrato
simile ad uno sbuffo, accompagnati dal picchiettare delle unghie sul tronco di
un acero.
Edo ci invia questo scritto.Una sua breve pagina di diario. Come sempre, lo ringraziamo.
Non ricordo di aver mai visto
il parco così secco e riarso come nel pomeriggio di domenica 26 agosto.
Forse solo durante
l’interminabile estate del 2003 si potevano cogliere panorami simili, di tipo
algerino.
I prati sono infatti
desolatamente gialli e, nei luoghi di più intenso calpestio, come alla cascina
del sole, l’erba è stata completamente divorata dalla terra e dalla polvere.
Due mesi di mancanza
pressoché assoluta di precipitazioni hanno lasciato il segno: non solo i prati
soffrono per la mancanza d’acqua, ma anche gli alberi danno segni di stress
climatico: in alcuni punti del parco le foglie appaiono prematuramente
ingiallite e il vento particolarmente sostenuto di questa domenica solleva
vortici di terriccio e nugoli di foglie secche.
In questa aridità scorgo
un’isola di verde inaspettato: alla cascina del sole, ai piedi di un alberello,
un’ape visita diligentemente un gruppo di minuscoli fiorellini azzurri che
vegetano su un tappeto di erba sorprendentemente rigogliosa: probabilmente
l’ombra regalata dalla pur non folta chioma ha garantito un sufficiente riparo.
Oggi comunque la temperatura
è relativamente gradevole ed il caldo decisamente più sopportabile.
Il parco attende la pioggia
che, secondo le previsioni, non dovrebbe tardare troppo.
Edo
sabato 7 luglio 2012
Abbiamo caricato nella sezione fotografica altre immagini scattate da Mario, questa volta relative alle numerose fioriture che si sono susseguite nel Parco. Dai bucaneve ai crochi, dai ciliegi agli anemoni, la tavolozza dei colori della natura non ci fa mancare nulla.
Ormai un classico,
durante le uscite notturne al Parco, negli anni. Eh sì, tra Notti della Civetta
e affini, siamo passati diverse volte dal Laghetto della Villa Reale. Lungo la
sponda rivolta verso la Torretta c’è una corta fascia a bambù. Ogni volta,
passandoci vicino, il canneto prende vita;
si anima di rumori di ali, che sbattono tra le fronde. In alcune occasioni,
quando questa fascia di vegetazione era appena più folta, l’intero gruppo di
piante si muoveva ondeggiando, come un piccolo mare verde. Cosa ci sarà lì
dentro? La domanda è ovvia conseguenza: curiosamente, si udivano solo rumori di
ali; nessun verso. Non di rado, sagome scure sono apparse dal folto, ma al
buio. Saran mica loro? La forma ricorda quella del merlo, ma questa specie non
ha l’abitudine di radunarsi in dormitori notturni. Quest’ultima espressione
indica un fenomeno comune a molte specie di uccelli: radunarsi per la notte
assolve più funzioni: protezione e difesa da freddo e da eventuali nemici,
possibilità di scambiarsi informazioni.
Torniamo al nostro
canneto e ai suoi frequentatori notturni. L’ipotesi più probabile è che siano
loro: gli storni. Occorre verifica. Una sera d’aprile mi porto in zona, a
ridosso del tramonto. Crepuscolo, alba: due momenti della giornata in cui gli
uccelli sono particolarmente attivi: canti e richiami riempiono l’aria. E si
sentono: merli, capinere, picchi; dal Laghetto, paperame vario.
Mancano loro: i
frequentatori notturni del bambù. Intorno alle 19.15 – ora solare, ovviamente,
in natura l’ora legale non esiste – si odono i primi suoni dei nostri
protagonisti. Si avvicinano al piccolo canneto, senza ancora addentrarvisi.
Quando si inoltrano nel fitto del bambù, lo fanno piombando dall’alto: la
prudenza non è mai troppa.
I richiami sono
inconfondibili: sono loro, gli storni. La foto, di Edoardo Viganò, ne mostra
uno, con le picchiettature tipiche dell’abito invernale.
Il 26 aprile provo
ad effettuare qualche registrazione, durante una delle uscite notturne, protagonista
una delle classi terze dell’Oggioni di Villasanta. Il risultato non è malvagio.
Volete pubblicare vostri testi o vostre foto sul blog?
Scriveteci. La nostra redazione provvederà a inserire sul blog il vostro materiale.
I testi dovranno ovviamente riguardare il Parco, in particolare gli aspetti naturalistici, ma non solo. Scriveteci anche se avete delle curiosità o delle richieste particolari.
Potete anche chiedere di essere informati sugli aggiornamenti al blog. Inseriremo il vostro nome in una lista e vi avviseremo ogni volta che sarà aggiunto nuovo materiale.