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giovedì 2 giugno 2022

E arrivò la Takahashia japonica

 La segnalazione è di Augusto Crippa. Ieri, 1 giugno 2022.
Ecco il testo di Augusto Crippa:
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Takahashia japonica. Purtroppo è presente anche in Villa Reale su pianta di carpino bianco sponda laghetto. Farò anche una segnalazione al Consorzio Reggia di Monza, sperando in un intervento
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E qui sotto la sue foto e una mappa:










domenica 4 aprile 2021

(Non) aprite quella grotta ovvero quattro passi nell'Antro di Polifemo


Esiste la claustrofobia, malessere che affligge non pochi, ma esiste (anche) il sottile piacere che rimanda all'infanzia: l'attrazione - lasciamo le interpretazioni psicanalitiche a chi mastica nel settore - per anfratti e affini.
La memoria del sottoscritto - al rintocco, ahimè, di molte primavere - raccoglie dirette esperienze; in realtà non così tante, a dispetto dei tanti lustri alle spalle.
Well, I was borned a coal miner's daughter
In a cabin, on a hill in Butcher Holler
We were poor but we had love
Tra le altre, anche una escursione - con alcuni alunni di una terza media, che accompagnavo in gita - nelle gallerie sotterranee (in asciutta per lavori di manutenzione) dei Bächle, torrentelli del centro storico di Freiburg nel Baden.

E' il 3 aprile. Reduce da una escursione in bici alla ricerca del picchio nero per le lande della Brianza Comasca, mi arriva una comunicazione via Whatsapp. Il tono sarebbe drammatico: l'ambasciatrice teme efferato atto di teppismo. Niente di tutto questo, tranquillizzo la mia interlocutrice e altri collegati: lavori di restauro. 


Protagonista è l'Antro di Polifemo, una grotta creata artificialmente come elemento significativo dei Giardini della Villa Reale. L'epoca: l'inizio dell'800. I Giardini assumono l'attuale e definitiva configurazione, secondo lo stile cosiddetto all'inglese. La grotta o Antro rimanda alla mitologia e a significati iniziatici analizzati da alcuni autori. Ma l'anfratto venne chiuso. Quando? Bella domanda, da girarsi a chi di dovere: l'esplorazione rivelerà alcuni dettagli interessanti.
That's the one thing that daddy made sure of
He shoveled coal to make a poor man's dollar
Mica piccolo l'Antro, è il mio commento a caldo. Chiamo a raccolta i fotografi; mica tanto per il desiderio di condividere emozioni e gioie ma per bieco calcolo: gli eroi dell'obbiettivo possono essere forieri di utili istantanee. Il Mario Maino parte di volata. Fonata, la Linda Iungo esibisce classica giustifica: impegni famigliari, la diss. E il Massimo "Mafolo" Rizzoli?

L'ingresso della grotta.
Foto: Massimo "Mafolo" Rizzoli.

"Guarda, in questi giorni niente da fare: sono impegnato". Con durata di un amen, il nostro invia un breve messaggio: mi preparo e arrivo.
In attesa del Mafolo - arriverà poi in divisa da centauro, e senza il naso (finto) rosso d'ordinanza -, io e il Mario procediamo con le osservazioni di campo.

La grotta è in Ceppo Lombardo, tipica roccia locale, esattamente come avviene per il Giardino Anglo-Cinese che borda il Laghetto. E anche la procedura di costruzione ricalca in pieno quanto fatto per il summenzionato giardino. Giustapposizione di massi, tenuti assieme da cemento che con maestria rimane nascosto alla visione. Entrando, tornano in mente le stampe del passato che ritraevano questo angolo di Parco, ignoto ai più.
La sequenza di immagini qui sotto è del nostro Mario.






La volta che sovrasta il visitatore è a pietre a forma tabulare, messe in posto in verticale. La galleria parte con un accenno di gomito, poi si mantiene con andamento appena curvilineo. 
My daddy worked all night in the Van Lear coal mines
All day long in the field a hoin' corn
Mommy rocked the babies at night
Come avviene per la Grotta dell'Orso - nella quale sono entrato un paio di volte -, l'interno dell'Antro non presenta tracce di umidità. Tenuta stagna, insomma. Niente percolazioni di acque: progettisti e manovalanza sapevano il fatto loro. Sul fondo, qualche testimonianza di frequentazioni poco civili: tolle, bottiglie di vetro e di plastica. Una latta di una nota marca di carne in scatola presenta una data di scadenza degna di nota: risale al 1991. Ci sono legni carbonizzati: segni di bivacco.




Intanto, Mafolo ci ha raggiunto.
Entrambi notano i buchi visibili all'esterno. Questa area era parte del recinto dei daini, che tanti monzesi con qualche lustro in più ricordano bene. 

Nella istantanea del Mario, i fori nel Ceppo sono indicati con frecce.


I buchi servivano per i sostegni di un riparo. Gli ungulati avevano a disposizione anche la grotta? Non saprei: non ci avevo fatto caso all'epoca. Anche i miei degni compari non sanno pronunciarsi sul tema.






Daddy loved and raised eight kids on a miner's pay
Mommy scrubbed our clothes on a washboard ever' day
Why I've seen her fingers bleed
Visti i reperti sopra citati, e considerato che il recinto venne smantellato nel corso degli anni '80 se non vado errato, probabilmente qualcuno approfittò della spelonca per attività poco ortodosse. Ma non solo.
Una mandibola di volpe si materializza sul pavimento della grotta. Le foto sono ancora targate Mario Maino.



Poco prima del fondo - il tetto si abbassa più o meno bruscamente -, trovo anche resti di pasto di roditori: nocciolini rotti e mangiati. 



Si è anche formata qualche rada muffa di grotta sullo scarso materiale organico presente.


Il sito non pare interessare gli odierni frequentatori dei Giardini. Noi, speleologi per un paio di ore, proviamo ad ipotizzare il destino del luogo, oggetto, come sappiamo, di lavori di sistemazione.
"Una volta messo in ordine, credo, sarà chiuso con una grata", ipotizzo. Non possiamo certo pensare di lasciarlo nella mani del potenziale teppista. 
Recuperiamo armi e bagagli, e riponiamo le lampade frontali. 
Aggiungo una tacca in più all'elenco dei siti (sotterranei o meno) del nostro Parco, e una mandibola di volpe in più alla collezione di reperti. 
In the summertime we didn't have shoes to wear
But in the wintertime we'd all get a brand new pair
From a mail order catalog
Finisce mica qui. A breve, seguiranno ulteriori notizie su questo luogo.
Il mio quaderno di campo dedicato al Parco, intanto recita: "la grotta, misurata con la bindella, è lunga circa 12 metri".
Chiosa fotografica finale riservata a Mario Maino.



Colonna sonora (country): Coal's Mine Daughter, voce e testo di Loretta Lynn; parlando di cavità (più o meno) sotterranee, un classico... 

Matteo Barattieri

venerdì 12 febbraio 2021

Due righe in cronaca: il faggio abbattuto

12 febbraio 2021

Dai Giardini della Villa Reale.
Abbattuto uno dei faggi penduli del Pratone.


Era una pianta pericolante e pericolosa.
Ho raccolto un paio di frammenti: quando naturalista fa rima con feticista.

Matteo Barattieri

domenica 15 marzo 2020

Se vi manca il Parco di Monza - parte 5: La Roggia della Villa Reale (cap. 1?)

Il nostro Parco è chiuso per l'emergenza. Ci manca. E allora: una serie di testi e immagini per alleviare la nostalgia.

Alla fin fine, ognuno ha le predisposizioni che si merita. Negli ahimè lontani anni verdi, percorrere il Pratone dei Giardini della nostra Villa Reale - che qualcuno, tripla rabbia per noi monsciaschi, ha preso ostinatamente a chiamare Reggia - significava per me puntare verso quello che mi appariva come uno stagno. Arrivato alla sponda, lato verso la Villa, il passo si fermava: per evitare di finire in acqua e per non arrecare disturbo al piccolo ecosistema. L'ecologia era disciplina ancora ai primi vagiti, la parola inquinamento era vocabolo in via di diffusione. In ogni caso, quel ciuffo di vegetazione acquatica che sporgeva dallo specchio d'acqua suscitava nel sottoscritto una sorta di sacralità. Le estremità finivano comunque inumidite. 

Passarono gli anni, il rapporto col Parco venne consolidandosi. E con esso le conoscenze. Lo stagno della fanciullezza altro non era che una roggia. La Roggia della Villa Reale o dei Giardini Reali. Luogo di grande interesse e, va detto, uno degli ecosistemi più preziosi del nostro martoriato territorio. Alla Roggia va dedicata più di una puntata su queste pagine, sissignori.

La mappa (presa da OpenStreetMap) mostra il percorso della Roggia. Parte dal Laghetto della Villa Reale. Forma un piccolo specchio d'acqua: è la vasca posta alla base della cascatella, nella zona del Giardino Anglo-Cinese. Percorre poi il Pratone dei Giardini. Entra successivamente nel Parco, zona Cascina del Sole. E va a riempire il Laghetto della Valle dei Sospiri. Da questo Laghetto esce e si immette nell'asta di un'altra roggia storica: la Pelucca. 


Da dove proviene l'acqua della Roggia? "Dal Laghetto", potrebbe rispondere qualcuno. Già, e il Laghetto? Torniamo indietro nel tempo.
Quando Ferdinando, Arciduca d'Austria di stanza qui in Lombardia, riesce ad ottenere i soldi per costruire la Villa e realizzare i Giardini, si accorge dopo un po' che il Laghetto e i progettati giochi d'acqua han bisogno di essere alimentati. La mamma, nientemeno che Maria Teresa, invia lettere di rimprovero al figlio (prediletto). La richiesta di Ferdinando era semplice, si fa per dire: portare acqua dal Lambro, che non era propriamente vicino. 

La soluzione viene trovata. Si vada a monte a captare acqua. Il luogo: il Molino Bassi di Sovico, pensa te. Da lì partirà quella che sarà definita la Roggia del Principe, in onore del buon Ferdinando. Siamo nel 1783, la Villa è stata in gran parte completata da circa 3 anni. 

Nella mappa di può vedere il punto di captazione, a Molino Bassi. Non era però localizzato direttamente sulla sponda del Fiume Lambro, ma da una derivazione dal medesimo, che forniva energia alle macine. La Roggia non è più attiva: i costi di manutenzione sarebbero improponibili. Il manufatto è ancora riconoscibile per lunghi tratti: da riparlarne a lungo.


La Roggia del Principe nacque proprio per rifornire il nostro Laghetto. E oggi? Se vi portate nella zona del Tempietto Dorico, trovate un breve canale (visibile in carta). E' l'immissario del Laghetto. l'acqua viene dal sottosuolo, aspirata da una pompa, comandata da una sorta di locale macchine situato alla Cascina Bastia. 


Ma la Roggia del Principe/Roggia della Villa Reale fornisce miriadi di spunti. Tra natura e storia. E - perchè no? - storielle... E spettacolari microscopici abitanti. Chi avrebbe detto anni fa che un giorno avrei osservato con un microscopio piccoli organismi di quella affascinante zona umida?

alla prossima
Matteo Barattieri - Comitato per il Parco

domenica 10 giugno 2012

Gli storni nel bambù - aprile 2012


Ormai un classico, durante le uscite notturne al Parco, negli anni. Eh sì, tra Notti della Civetta e affini, siamo passati diverse volte dal Laghetto della Villa Reale. Lungo la sponda rivolta verso la Torretta c’è una corta fascia a bambù. Ogni volta, passandoci vicino, il canneto prende  vita; si anima di rumori di ali, che sbattono tra le fronde. In alcune occasioni, quando questa fascia di vegetazione era appena più folta, l’intero gruppo di piante si muoveva ondeggiando, come un piccolo mare verde. Cosa ci sarà lì dentro? La domanda è ovvia conseguenza: curiosamente, si udivano solo rumori di ali; nessun verso. Non di rado, sagome scure sono apparse dal folto, ma al buio. Saran mica loro? La forma ricorda quella del merlo, ma questa specie non ha l’abitudine di radunarsi in dormitori notturni. Quest’ultima espressione indica un fenomeno comune a molte specie di uccelli: radunarsi per la notte assolve più funzioni: protezione e difesa da freddo e da eventuali nemici, possibilità di scambiarsi informazioni.
Torniamo al nostro canneto e ai suoi frequentatori notturni. L’ipotesi più probabile è che siano loro: gli storni. Occorre verifica. Una sera d’aprile mi porto in zona, a ridosso del tramonto. Crepuscolo, alba: due momenti della giornata in cui gli uccelli sono particolarmente attivi: canti e richiami riempiono l’aria. E si sentono: merli, capinere, picchi; dal Laghetto, paperame vario.
Mancano loro: i frequentatori notturni del bambù. Intorno alle 19.15 – ora solare, ovviamente, in natura l’ora legale non esiste – si odono i primi suoni dei nostri protagonisti. Si avvicinano al piccolo canneto, senza ancora addentrarvisi. Quando si inoltrano nel fitto del bambù, lo fanno piombando dall’alto: la prudenza non è mai troppa.
I richiami sono inconfondibili: sono loro, gli storni. La foto, di Edoardo Viganò, ne mostra uno, con le picchiettature tipiche dell’abito invernale.


Il 26 aprile provo ad effettuare qualche registrazione, durante una delle uscite notturne, protagonista una delle classi terze dell’Oggioni di Villasanta. Il risultato non è malvagio.

Certo, lo sbattere d’ali non manca di inquietare. Un orecchio attento può cogliere anche qualche brevissimo richiamo.

Matteo Barattieri